Monolocale

Li sento, sono in camera da letto adesso. Non riesco a capire cosa stanno dicendo ma so che litigano, come accade tutti i giorni da due mesi a questa parte. Una volta ho sentito lei inveire contro sua madre, la donna che ha creato quel compagno di cella capitatole in quarantena, quello stesso uomo che dovrebbe essere suo marito e che si è scelta qualche anno fa. 

Abbandono la tazza di Harry Potter ormai gelida sul tavolo, insieme a tutte le buone intenzioni che avevo per la giornata. La finestra è lì che mi aspetta, il mio unico punto di contatto con il mondo esterno. Bella idea quella di traslocare dieci giorni prima dell’esplosione di una pandemia. Non ne potevo più del mio coinquilino, dei suoi capelli unti, dei suoni gutturali mentre cenava, del lavandino perennemente colmo di piatti sporchi, dei turni per la doccia perché lui aveva necessità di lavarsi due minuti prima che ci entrassi io. 

Così ho fatto le valigie, per l’ennesima volta. Ho trovato una casetta microscopica che mi aveva colpito alla prima visita. Infissi in legno, doppio vetro perché si sa, qui d’inverno si gela, caldaia nuova, esposizione a sud ergo luce anche in inverno, cucina Ikea alla buona ma perfettamente funzionante, arredamento scarno e di seconda mano, ma a quello ci penserò io. Ormai potrei fare l’agente immobiliare, per quante case ho visto e cambiato negli ultimi anni. Quella che sembrava una tana perfetta per un orso come me è diventata all’inizio di marzo una prigione, minuscola e soffocante. La solitudine mi agguanta ad ogni ora del giorno e della notte. I miei vicini non hanno l’aria di essere gente affabile, specie se sono impegnati a rinfacciarsi le colpe dei loro avi per la maggior parte del giorno. Non c’è un balcone, non c’è un cortile, non c’è un giardino né una via di fuga. Se ci aggiungiamo che non ho la televisione in casa da circa sei anni, questo monolocale di 35 metri quadri mi sta non stretto, ma aderente. 

Così ho imparato a imbrogliare la noia mettendomi a questa finestra, ogni giorno. 

Ho degli orari preferiti, ma mi ci affaccio ogni volta che mi manca l’ossigeno o sogno di essere altrove. Mi metto lì appollaiato, apro il pacchetto di Golden Virginia e comincio a spiluccare il tabacco. Pesco la giusta quantità al primo colpo, avvolgo il tutto in una cartina trasparente, distribuisco, rullo, movimento di polso, lingua e la sigaretta è pronta tra le mie labbra. 

L’odore intenso del tabacco conquista l’intera stanza, mentre sbuffo fuori cercando di captare segnali di vita dalle case di fronte. Ho imparato che alle 9 di mattina la signora del terzo piano ha una lezione di Yoga a cui non può rinunciare. È un po’ legnosa, ma diventerà bravina.  

Alle 10 parte la maratona di cartoni su Rai YoYo, quindi i miei piccoli dirimpettai del secondo piano si piazzano sul divano per un buon paio d’ore, cosa che permette a entrambi i genitori di lavorare fino a pranzo. 

Alle 18 la signora Rosa segue la messa. So il suo nome perché prima le facevo la spesa ogni tanto, adesso si fida solo dei tizi della Coop. 

All’inizio mi concentravo sulle vite degli altri per non pensare alla mia, poi è diventato un pretesto per rifletterci, invece. Vista dall’esterno, non sarà poi così male anche la vita di questo trentenne che vive da solo in un monolocale alle porte di Torino. E in questo sforzo di osservazione esterno mi sono reso conto che, alla fine, non sto così male. È nata una consapevolezza strana, che mi ha avvolto come un tepore mai provato prima: la certezza che quel poco che ho mi basta e che l’equilibrio che cercavo all’esterno, in realtà, posso trovarlo solo dentro. 

È ora di rientrare adesso, della mia sigaretta ne è rimasto solo il filtro e perfino i miei vicini non urlano più, magari si saranno ricordati perché hanno detto di sì qualche anno fa. 

Storie che resistono

L’etimologia della parola Resistenza si ricollega alla radice sanscrita stha- o sta- che esprime l’idea di essere o rendere fermo, preceduta dal prefisso re-, indietro, e che rafforza l’idea di fermezza nella propria posizione.
Resistere, dunque, significa opporsi strenuamente rispetto a qualcuno o qualcosa, senza piegarsi.

25 aprile, giorno della Resistenza italiana

Gli occhi della Resistenza italiana, per me, sono sempre stati quelli di Pina quando guarda sprezzante il soldato nazista che le accarezza una spalla o ancora quando, animata da una forza feroce, poco dopo, lo schiaffeggia in volto divincolandosi da un presa che vorrebbe tendere all’immobilità.
La Resistenza è l’impertinenza di Pina che fugge da ogni ostacolo, lasciandoseli alle spalle. È quel suo braccio alzato, il volto trafelato, smunto, corroso dalla brutalità del presente. È la corsa matta e disperata dietro un camionetta nazista che le sta portando via l’amore e assieme la vita. Quel suo grido sguaiato, urlato con la testa all’indietro, e che pronuncia un nome soltanto: «Francesco! Francesco!»
Poi, i colpi dei fucili e la Resistenza cade in terra. La gonna alzata, la giarrettiera in vista. Una morte avvenuta davanti agli occhi del figlio che nella veemenza e nella furia sembra emularla, scalciando contro i soldati prima e correndo poi; questa volta, però, senza speranza alcuna. Si piega, abbraccia il corpo della madre rovesciando la pietà michelangiolesca in una posa carica di un senso che amplifica la poetica del film di Roberto Rossellini e apre al Neorealismo italiano, lasciandoci in eredità Roma città aperta e la passione e il talento di Anna Magnani.

In un’intervista Rossellini dichiarò che la missione dell’arte era quella di riscattare gli uomini dai loro condizionamenti, emanciparli. E questo film, emblema della cultura cinematografica italiana e capostipite delle pellicole che inaugurano il filone della Resistenza italiana sul grande schermo, mostra come farlo raccontando una storia che non è nient’altro che la nostra Storia. Quella di un Paese brutalizzato, calpestato, in cui il futuro si aveva timore persino a immaginarlo. La storia di uomini perduti, dai volti poco attraenti: i visi emaciati, le mani callose, gli occhi affamati di vita e libertà e lo fa prediligendo riprese con una macchina a mano, prive di set e di attori professionisti. Lo fa rispettando il reale, togliendo ciò che non è essenziale e puntando dritto al cuore delle cose, scavando nelle speranze taciute e nascoste di un popolo che, nonostante gli anni e le lotte e il tempo, ci assomiglia ancora nella voglia di riscatto.

La storia di Pina è quella di Teresa Gullace, madre di cinque figli e in attesa del sesto, uccisa da un soldato nazista il 3 marzo 1944 mentre contestava l’arresto del marito. Una donna come tante, forse, ma che grazie a Rossellini e Anna Magnani diventa espressione immutabile di valori universali, simbolo della ribellione alle angherie del potere, alle vessazioni. Rappresenta la lotta alla libertà compiuta non da una eroina ma da una madre e da una donna innamorata.

Quella corsa è simbolo di una bellezza che va ricercata anche nel buio. È coraggio che non deve mancare mai. È sfrontatezza e speranza. È la voglia di andare incontro alle cose, mettendole in dubbio, se occorre. È un amore che scalcia e non si assopisce in silenzio. Affinché sia oggi più che mai di esempio per tutte divincolarsi dalle strette che fanno male, dalle carezze che non vogliamo e che ci vengono regalate “per farci stare buone”, dalle urla sguaiate per strada che non abbiamo richiesto. Dall’amore che ci viene tolto. Da chi ci impone il silenzio. Da chi ci relega in un angolo, a casa o al lavoro, per paura o solo per comodità. Per correre ancora verso tutto quello che desideriamo per noi soltanto.

Facciamolo per Teresa, per la Pina di Anna Magnani, per Renata Viganò e la sua Agnese. Per le nostre donne Partigiane del dopoguerra italiano e per tutte le donne che resistono oggi alle nuove dittature del quotidiano. Perché è per questo che rinasce e si rinnova ogni giorno la libertà.

Alle mie “accente”, alle donne, a tutti.
Buon 25 aprile.