restare sospesi guardando alla finestra

Passeggiare di nuovo come se fosse la prima volta

Dopo un sacco di tempo, e un numero di giorni che dopo il 40esimo ho smesso di contare, sabato pomeriggio sono uscita per la prima volta dal 4 marzo.
Ho chiuso la porta di casa e sono uscita con la mia famiglia.
Mi sono spostata per fare delle commissioni, sono entrata al tabacchino e poi in farmacia, ho prelevato, ho aspettato fuori da un negozio ma alla fine mi sono stancata di aspettare e non sono entrata.

Ho visto la luce fuori casa, ho guardato il mondo esterno senza guardarlo con attenzione, un po’ di sfuggita, per paura. Volevo ambientarmi alla novità, al vedere volti in mascherina che raccontano tristezza, senso di vuoto, incertezza, speranza. Un po’ tutto insieme, un po’ mescolato, un po’ “chissà quanto staremo così”.

Ho indossato per la prima volta la mascherina e dopo un minuto ero già stanca. Avevo caldo, mi sembrava di non avere più aria. Ho parlato a rilento, ho cercato di fingere che sì, mi sono abituata come tutti.

Insomma, sono felice di essere uscita, di aver chiacchierato al tabacchino e in farmacia. Sono felice di aver visto con i miei occhi quello che c’è fuori. E sono felice che Francesco e Davide abbiano visto la sua mamma in giro, insieme come se nulla fosse. Appena tornati a casa, però, ho stretto i bimbi forte e sono uscita per stare in terrazza. Più a mio agio, più me stessa. Ho detto a Giuseppe di farmi una foto per ricordare di un sabato così strano e sereno ma anche più vuoto.

Voglio ricordarlo così, con quell’alone di sentimenti abbracciati insieme che mi rendono più forte e fragile allo stesso tempo.

Monolocale

Li sento, sono in camera da letto adesso. Non riesco a capire cosa stanno dicendo ma so che litigano, come accade tutti i giorni da due mesi a questa parte. Una volta ho sentito lei inveire contro sua madre, la donna che ha creato quel compagno di cella capitatole in quarantena, quello stesso uomo che dovrebbe essere suo marito e che si è scelta qualche anno fa. 

Abbandono la tazza di Harry Potter ormai gelida sul tavolo, insieme a tutte le buone intenzioni che avevo per la giornata. La finestra è lì che mi aspetta, il mio unico punto di contatto con il mondo esterno. Bella idea quella di traslocare dieci giorni prima dell’esplosione di una pandemia. Non ne potevo più del mio coinquilino, dei suoi capelli unti, dei suoni gutturali mentre cenava, del lavandino perennemente colmo di piatti sporchi, dei turni per la doccia perché lui aveva necessità di lavarsi due minuti prima che ci entrassi io. 

Così ho fatto le valigie, per l’ennesima volta. Ho trovato una casetta microscopica che mi aveva colpito alla prima visita. Infissi in legno, doppio vetro perché si sa, qui d’inverno si gela, caldaia nuova, esposizione a sud ergo luce anche in inverno, cucina Ikea alla buona ma perfettamente funzionante, arredamento scarno e di seconda mano, ma a quello ci penserò io. Ormai potrei fare l’agente immobiliare, per quante case ho visto e cambiato negli ultimi anni. Quella che sembrava una tana perfetta per un orso come me è diventata all’inizio di marzo una prigione, minuscola e soffocante. La solitudine mi agguanta ad ogni ora del giorno e della notte. I miei vicini non hanno l’aria di essere gente affabile, specie se sono impegnati a rinfacciarsi le colpe dei loro avi per la maggior parte del giorno. Non c’è un balcone, non c’è un cortile, non c’è un giardino né una via di fuga. Se ci aggiungiamo che non ho la televisione in casa da circa sei anni, questo monolocale di 35 metri quadri mi sta non stretto, ma aderente. 

Così ho imparato a imbrogliare la noia mettendomi a questa finestra, ogni giorno. 

Ho degli orari preferiti, ma mi ci affaccio ogni volta che mi manca l’ossigeno o sogno di essere altrove. Mi metto lì appollaiato, apro il pacchetto di Golden Virginia e comincio a spiluccare il tabacco. Pesco la giusta quantità al primo colpo, avvolgo il tutto in una cartina trasparente, distribuisco, rullo, movimento di polso, lingua e la sigaretta è pronta tra le mie labbra. 

L’odore intenso del tabacco conquista l’intera stanza, mentre sbuffo fuori cercando di captare segnali di vita dalle case di fronte. Ho imparato che alle 9 di mattina la signora del terzo piano ha una lezione di Yoga a cui non può rinunciare. È un po’ legnosa, ma diventerà bravina.  

Alle 10 parte la maratona di cartoni su Rai YoYo, quindi i miei piccoli dirimpettai del secondo piano si piazzano sul divano per un buon paio d’ore, cosa che permette a entrambi i genitori di lavorare fino a pranzo. 

Alle 18 la signora Rosa segue la messa. So il suo nome perché prima le facevo la spesa ogni tanto, adesso si fida solo dei tizi della Coop. 

All’inizio mi concentravo sulle vite degli altri per non pensare alla mia, poi è diventato un pretesto per rifletterci, invece. Vista dall’esterno, non sarà poi così male anche la vita di questo trentenne che vive da solo in un monolocale alle porte di Torino. E in questo sforzo di osservazione esterno mi sono reso conto che, alla fine, non sto così male. È nata una consapevolezza strana, che mi ha avvolto come un tepore mai provato prima: la certezza che quel poco che ho mi basta e che l’equilibrio che cercavo all’esterno, in realtà, posso trovarlo solo dentro. 

È ora di rientrare adesso, della mia sigaretta ne è rimasto solo il filtro e perfino i miei vicini non urlano più, magari si saranno ricordati perché hanno detto di sì qualche anno fa.